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Biodiversità in crisi e aumento delle specie aliene: prospettive attuali e future
Italia al primo posto in Europa con la presenza di 3.659 specie aliene delle quali il 15,2%, ovvero 558, causano impatti su ambiente, economia e attività umane. Negli ultimi anni il granchio blu ha causato la distruzione del 100% della produzione di vongole nel Delta del Po per un danno di 80mila euro per ettaro al giorno.
Nel mondo si stima ci siano circa 37.000 specie aliene, delle quali almeno 3.500 causano impatti su natura, economia e attività dell’uomo. In totale conosciamo circa 2 milioni di specie e, ogni anno, gli scienziati ne descrivono più di 15.000 nuove soprattutto insetti, aracnidi e piante vascolari. Le specie aliene, negli ultimi 50 anni, hanno causato oltre 600 miliardi di euro di danni a livello mondiale e l’Italia, oggi, compare nella classifica mondiale al cinquantasettesimo posto tra i Paesi con il maggior impatto di specie aliene, primo in Europa. Della situazione attuale in Italia hanno parlato l’Accademia Nazionale di Agricoltura e la Rubiconia Accademia dei Filopatridi nell’incontro “La crisi della biodiversità e le minacce delle specie aliene”, organizzato a Bologna, al quale sono intervenuti tra i massimi esperti del settore.
Il 100% della produzione tra Comacchio e Goro è andata distrutta in pochi anni
In Italia, negli ultimi anni, soprattutto il granchio blu, specie originaria delle acque costiere dell’Atlantico Occidentale, sta impattando pericolosamente sull’ambiente sollevando preoccupazioni significative per gli ecosistemi locali e le attività della pesca. Questo crostaceo, accidentalmente introdotto nel Mediterraneo dalle attività umane come il commercio e i trasporti, in pochi anni ha distrutto il 100% della produzione di vongole veraci tra Comacchio e Goro, che rappresenta il 40% della produzione europea, creando gravi problemi di sussistenza per le 3.000 famiglie della zona impegnate in questa produzione. Numeri preoccupanti che legati agli effetti del cambiamento climatico portano a far suonare un campanello d’allarme per il nostro sistema di vita.
Il granchio blu si nutre soprattutto molluschi, ma la sua alimentazione varia notevolmente, includendo pesci, crostacei e materia organica in decomposizione, portando a una potenziale diminuzione delle popolazioni di pesci e invertebrati autoctoni. Giornalmente può cibarsi consumando circa da 1 a 2 kg di molluschi e, grazie alle sue potenti chele, impiega solo 3 minuti per aprirne il guscio. Nel Delta del Po il danno medio, stando ai prezzi attuali, è di circa 80 mila euro per ettaro al giorno. Animale molto aggressivo, non attacca l’uomo preferendo vivere in zone dove non è presente la balneazione, e il potenziale riproduttivo di una femmina è di circa 1 milione di uova per 100 grammi di peso (una femmina che pesa 100 grammi può, dunque, riprodurre fino a 1 milione di uova e così via crescendo il peso).
Anguilla europea e polpo come strumenti di lotta biologica per contrastare il granchio blu “Ad oggi sono in corso due progetti di ricerca dedicati alla “lotta biologica” al granchio blu ovvero la conservazione dell’anguilla europea e lo sviluppo riproduttivo del polpo. Entrambi questi animali – ha spiegato il Prof. Oliviero Mordenti, Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie Università di Bologna - sono divoratori di uova di granchio blu, ma bisogna agevolarne la reintroduzione in natura. L’anguilla europea è estinta per il 90% e stiamo cercando di riportarla in auge, mentre da studi di laboratorio si è visto che il polpo femmina, se nutrito a crostacei, raddoppia la sua capacità riproduttiva di migliaia di esemplari. L’intenzione, mediante l’aiuto della Regione Emilia-Romagna, è quella di liberare queste specie in aree adatte, per contrastare il granchio blu. Non sono soluzioni definitive, ma certo aiuterebbero l’equilibrio naturale marino, e si potrebbe esportarle anche a livello nazionale, soprattutto con il polpo, in Puglia o Sicilia che sono zone molto adatte.”
Negli anni le introduzioni sono avvenute per motivi ornamentali o accidentalmente
L’inserimento di specie aliene è un fenomeno legato perlopiù alle attività umane, infatti, molte delle specie presenti attualmente nei fiumi e nei laghi italiani sono state introdotte intenzionalmente per motivi ornamentali (il Carassio dorato, il Persico sole, il Gambero della Louisiana), per la pesca sportiva (il Persico trota, la Trota iridea, il Salmerino di fonte, il Siluro), per il controllo biologico delle zanzare o della vegetazione acquatica (la Carpa erbivora) e a scopo di allevamento (Carpa, Trota fario, Pesce gatto nero). Esistono, però, anche introduzioni accidentali di specie esotiche, in anni passati i ripopolamenti delle acque libere venivano effettuati con novellame misto acquistato dall’estero (“pesce bianco”), in cui eventuali specie aliene presenti erano difficilmente distinguibili allo stadio giovanile.
Il 90% della comunità ittica del Po è costituita da specie aliene: impossibile tornare indietro
“Un ruolo importante nella diffusione delle specie aliene all’interno del reticolo idrografico della Regione Emilia-Romagna è stato rivestito sicuramente dal fiume Po. Il fiume è un importante corridoio ecologico – ha detto Rubinia Sirri Funzionario Specialista Agroforestale, Assessorato Agricoltura, Caccia e Pesca, Regione E.R. - utile alle migrazioni delle specie ittiche nostrane, ma ha costituito anche una via di dispersione di specie aliene, estremamente dannose per la nostra fauna ittica. Oggi si stima che la comunità ittica che caratterizza il basso corso del Po sia costituita per il 90% da specie aliene. Per questi motivi, l’eradicazione di specie ittiche esotiche introdotte da tempo e naturalizzate nel nostro ambiente è un obiettivo quasi irraggiungibile, soprattutto nelle acque della pianura.”
Non conosciamo ancora la maggior parte delle specie aliene terrestri o marine
L’ambiente marino è ancora in larga parte sconosciuto per l’80% e le acque dolci, che sono solamente il 2% delle acque mondiali, contengono il 50% delle specie di pesci. Una biodiversità ricchissima e varia in costante rischio essendo, purtroppo, le acque dolci quelle a maggior rischio inquinamento a causa dell’attività umana. Ad oggi non sappiamo quante specie abitino la terra (piante, fiori, animali) e probabilmente non lo sapremo mai. La deforestazione continua delle zone tropicali, in Sud America ad esempio c’è la massima concentrazione di anfibi, sta certamente portando all’estinzione di specie delle quali ancora non conosciamo l’esistenza.
“Nonostante i progressi scientifici non si conoscono ancora l’86% delle specie terrestri e il 91% di quelle marine. Sapere quante sono le specie con cui condividiamo il mondo – ha continuato Stefano Mazzotti, Direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara - ci permette di conoscere anche quanti organismi oggi si stiano estinguendo e cosa questa continua erosione di biodiversità produrrà sugli ecosistemi e sull’umanità. Alcune strategie di successo sono l’allevamento in cattività per le specie in pericolo, che permettano poi la reintroduzione in natura, una volta che gli habitat appropriati siano ripristinati. Buoni esempi provengono anche dall’Europa, dove è stato messo in atto un piano sistemico come la Rete Natura 2000, che con i suoi 26.000, siti copre oltre il 20% del territorio dell’Unione europea.”
Cambiamento climatico, globalizzazione e urgono comportamenti responsabili dei cittadini
Oggi le specie aliene invasive sono una delle prime cause di estinzione di specie minacciate e comportano perdite economiche enormi, che quadruplicano ogni 10 anni. Pensiamo al granchio blu, alla cimice asiatica o al recente arrivo in Sicilia della formica di fuoco, una specie che può causare impatti gravi anche sulla nostra salute. Per combattere questa minaccia occorre soprattutto prevenire nuove introduzioni, anche promuovendo comportamenti più responsabili da parte di tutti i cittadini, perché le invasioni biologiche sono intrinsecamente legate ai nostri comportamenti.
“Negli ultimi decenni il numero di specie aliene sta aumentando vertiginosamente a causa della globalizzazione delle economie e del conseguente aumento di trasporti e commerci. Inoltre, anche i cambiamenti climatici possono favorire l’insediamento di specie aliene, e perciò stiamo assistendo a impatti crescenti in tutto il mondo. Storicamente - ha continuato Pietro Genovesi, Responsabile della conservazione della fauna presso ISPRA -, alcuni degli organismi introdotti in natura dall’uomo sono stati essenziali per la nostra storia e lo sviluppo delle comunità, ma alcune specie aliene hanno invece provocato sconvolgimenti degli ecosistemi naturali e anche causato gravi danni alla vita delle persone. Per combattere questa minaccia occorre prevenire nuove introduzioni, anche promuovendo comportamenti più responsabili da parte di tutti i cittadini, perché le invasioni biologiche sono intrinsecamente legate ai nostri comportamenti.”
In Europa solo l’1% del territorio sono aree protette per lo sviluppo della biodiversità
Le aree in cui la natura è libera di manifestarsi sono solo una piccolissima frazione del territorio e in Italia e in Europa, ad esempio, le riserve strettamente protette coprono molto meno dell’1% del territorio. La protezione rigorosa è cruciale per la biodiversità ancora sconosciuta ed è necessaria una rete di aree protette in modo rigoroso, che diventino almeno il 10% del territorio, per garantire il proseguo dei cicli vitali di tantissime forme di biodiversità.
“La biodiversità del pianeta sta diminuendo a un ritmo allarmante. Per contrastare la perdita di biodiversità, si moltiplicano le iniziative globali ed europee e la creazione di aree protette, ossia dei territori dedicati prioritariamente alla conservazione della biodiversità, è una strategia chiave. Attualmente, le aree protette coprono meno del 20% del pianeta. La COP15 – ha concluso il Prof. Alessandro Chiarucci, Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, Università di Bologna - della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) e la Strategia Europea per la Biodiversità 2030 mirano a estenderle al 30%. Nonostante gli obiettivi politici siano ancora lontani dalla realtà e da quanto andrebbe fatto per salvare la biodiversità, la consapevolezza delle azioni necessarie cresce”.
Al video sottostante la registrazione dell'incontro:














