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16 Maggio 2025

Piante e popoli, le specie che hanno fatto la storia dell'uomo

Si è tenuta mercoledì 14 maggio, presso la sala del Cubiculum Artistarum, la presentazione del libro “Piante e Popoli le specie che hanno fatto la storia dell’uomo” con l'autore Prof. Raffaele Testolin. Il volume narra, unendo solide basi scientifiche alla narrazione dei fatti, come il particolare rapporto tra piante e uomo abbia profondamente caratterizzato, nei secoli, gli sviluppi delle principali vicende sociali ed economiche della nostra storia. Nelle pagine l’autore affronta argomenti diversi, ma interconnessi tra loro, che vanno dalla nascita delle agricolture nel mondo, alla storia politica delle strategie adottate dalle monarchie europee nel mettere in coltivazione le specie che venivano scoperte, agli aspetti legati alla diversità genetica. Non solo storia, ma anche il racconto dello stato di salute di queste piante, la loro diversità genetica e gli sforzi attuali per conservarne la diversità genetica, necessaria alle varie specie per affrontare l’evoluzione di clima e ambiente, occupano un capitolo importante del libro.

Il Prof. Testolin, nella sua presentazione, ha esposto alcune vicende storiche partendo dalla scoperta delle americhe e la colonizzazione del mondo da parte delle grandi monarchie occidentali. L'organizzazione delle spedizioni prevedeva, infatti, l’invio di scienziati, storici, geografi, cartografi, medici e botanici che avevano il compito di identificare nuove specie, valutandone anche l’uso alimentare, farmaceutico o ornamentale. Le piante come rododendri, orchidee, camelie e molte altre specie da giardino, sono state oggetto di trasferimento dalle zone di origine nei vivai occidentali, ma certamente un ruolo più importante nell’economia mondiale hanno giocato le grandi commodity alimentari, senza trascurare le piante della farmacopea. Ad esempio, senza la scoperta della pianta peruviana del chinino e delle sue potenti proprietà antimalariche, note agli Incas che usavano la corteccia macerata nell’acqua per controllare la febbre e i tremori sintomi delle malattie tropicali, gli spagnoli non avrebbero mai potuto conquistare il Sud America e nemmeno gli Inglesi l’India secoli dopo. Tra le grandi commodity rientrano la patata, il mais e il pomodoro, ovvero, specie che hanno contribuito a modificare le agricolture in Europa e nel mondo, ma anche i regimi alimentari di molte popolazioni. Inoltre l’usurpazione delle terre ai nativi ha permesso alle monarchie e alle compagnie delle indie, di diffondere colture importanti come cotone, mais, tabacco, canna da zucchero, banana, te, caffè e cacao agevolando così la nascita dell’economia su scala globale.

Tra le specie importate, ha detto il Prof. Testolin, la patata è quella che ha avuto un impatto straordinario sulla nostra storia. Infatti, non solo è stata una delle principali protagoniste del cambiamento della cucina europea, ma anche l’involontaria promotrice di una delle più importanti migrazioni verso gli Stati Uniti d’America nel XVIII secolo. A livello alimentare fortuna volle che le patate importate vennero dal sud del Cile, dove la pianta s’era adattata a una esposizione alla luce di almeno 14 ore al giorno durante l’estate come avviene in Europa, a differenza di quelle del centro America che hanno invece tuberi piccoli e poco commestibili, dati dalla minore esposizione solare delle foreste tropicali. Per quanto riguarda la storia delle migrazioni, invece, la patata sostituì quasi completamente i cereali presso la povera gente irlandese, diventando la fonte principale di carboidrati per secoli. La comparsa della peronospora nella prima metà dell’Ottocento, un fungo che causa la distruzione della pianta, causò la famosa grande carestia che, accompagnata dalla diffusione di tifo, colera e scorbuto portò, in poco tempo, 1,5 milioni di irlandesi a morire di fame e malattie e un altro milione ad avviare la spettacolare e drammatica migrazione verso il nuovo mondo.

Il Prof. Silvio Salvi, a seguito della presentazione dell’autore, ha attualizzato il discorso focalizzandosi sul continuo miglioramento genetico e l’adozione di mezzi tecnico-agronomici avanzati. Tali strumenti, infatti, hanno consentito lo spettacolare incremento della produttività dei sistemi agrari nell’ultimo secolo, soddisfacendo le esigenze alimentari di miliardi di persone. Al tempo stesso, ha proseguito il Prof. Salvi, abbiamo assistito alla trasformazione industriale della produzione agraria che è diventata parte di catene agro-alimentari inclusive e di processi di trasformazione dei prodotti. Questo ha portato alla semplificazione e omogeneizzazione della produzione agroalimentare che, a livello globale, è oggi nei fatti data da 4 specie come frumento, riso, mais e soia che forniscono insieme il 61% dell'apporto calorico globale umano (grano al 20%, riso al 16%, mais al 13% e soia 8%). Uno degli effetti collaterali di tali scenari è il fenomeno dell’erosione genetica che indica la perdita progressiva di varietà vegetali coltivate e razze animali domestiche tradizionali, spesso locali, a favore di poche nuove cultivar prodotte da programmi di miglioramento genetico di tipo scientifico, coltivate in areali molto grandi. Gli impatti negativi dell’erosione genetica possono però essere contrastati in maniera efficace tramite le tecnologie di analisi del genoma, le quali consentono di catalogare la diversità delle varietà tradizionali o locali, consentendoci di ottimizzare i costi, la logistica della conservazione e la messa a disposizione nei programmi di miglioramento genetico. Infine, un secondo contributo delle moderne tecnologie genetiche è quello della neo-domesticazione, ovvero, la rapida introduzione di tratti fisiologici e morfologici in specie attualmente non coltivate per renderle coltivabili.

Infine, il Prof. Luca Dondini ha concluso parlando dello studio molecolare della biodiversità, ancora presente nelle diverse specie, che rappresenta uno degli elementi conoscitivi più interessanti per far luce sulle dinamiche delle relazioni fra uomini e piante. L'analisi della diversità genetica delle piante, infatti, offre importanti informazioni sulla storia delle genti e dei popoli che le hanno coltivate e sulle loro migrazioni nei secoli. Fondamentale per questo tipo di analisi è la disponibilità di un elevatissimo numero di accessioni che solo le collezioni di germoplasma possono offrire e la determinazione dei flussi genici fra gene pool diversi diventa, in questo contesto, particolarmente informativa. Lo studio delle relazioni genetiche fra varietà coltivate e popolazioni naturali delle specie aiuta, poi, a comprendere il processo di domesticazione delle specie stesse. Queste analisi, come pure l’analisi fingerprinting sulle piante monumentali di molte spece arboree, ci stanno indicando che la nostra conoscenza sui livelli di biodiversità per molte specie è abbondantemente sottostimata. Di conseguenza ignoriamo l’esistenza di varianti alleliche di geni che potrebbe essere molto utile recuperare nel moderno miglioramento genetico delle piante soprattutto per caratteri legati a resilienza delle piante e adattabilità agli ambienti di coltivazione che sono in continuo mutamento. Gli studi di landscape genomics sono nati per studiare i processi di adattamento locale nelle popolazioni naturali e le relative relazioni tra variabilità genetica e variabili ambientali. In questo modo è però possibile identificare geni candidati (e le relative varianti alleliche) che possono essere utilizzate nel breeding delle specie vegetali. La biodiversità delle specie coltivate è un bene prezioso che deve essere difeso dall’erosione genetica e preservato per le future generazioni.

A seguito della presentazione del testo il Prof. Raffaele Testolin ha rilasciato, per la trasmissione "Terra terra" di Radio Budrio, una intervista ascoltabile al link sottostante: https://www.radiobudrio.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/8352

Inoltre è possibile scaricare la presentazione in pdf cliccando qui

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